di Francesco Alberoni

Dopo una malattia in cui ero stato alimentato solo con fleboclisi non sapevo più deglutire, ho dovuto reimparare lentamente. Tutti sanno che dopo una invalidità alle gambe dobbiamo imparare di nuovo a camminare e poi ciò che abbiamo appreso diventa automatismo, abitudine.

Quasi tutte le azioni che facciamo con naturalezza le abbiamo imparate spinti dalla necessità e si sono trasformate in abitudini. Come leggere, scrivere, suonare, cantare, giocare a tennis, sciare, nuotare, perfino le buone maniere, la gentilezza, la capacità di mantenere la parola data. L'abitudine rende facile e fluida la vita. Ci abituiamo con facilità ad alzarci presto, a mangiare con nostra moglie, a incontrare gli amici, a fare qualche viaggio, le vacanze. Due innamorati imparano i gusti e i desideri dell'altro, scoprono il modo per darsi piacere reciprocamente e vi si abituano subito.

Ma nell'uomo non c'è solo la spinta ad agire, c'è anche la tendenza a risparmiare la fatica. E questo alimenta l'abitudine a fare poco, alla pigrizia. Una persona che smette di lavorare diventa ben presto lenta, inattiva, pigra. Chi cessa di viaggiare, di muoversi e passa il suo tempo a casa, si stanca subito e rinuncia a vedere cose nuove. Chi smette di leggere, perde la voglia di farlo. L'abitudine può perciò diventare una gabbia che ti impedisce di crescere. Molti ragazzi nei piccoli paesi, vivendo sempre insieme, non affrontano il mondo esterno, non cercano lavoro in altre città o all'estero, e non provano nemmeno a fare il fornaio, il parrucchiere, l'elettricista. Ma la vita ci sfida sempre, ci costringe a cambiare.

Se perdi il lavoro di cui vivi, devi cercarne un altro, mandare in pezzi le tue abitudini e apprenderne delle nuove. Se ti ammali sei costretto a cambiare vita, ad affrontare esami, sofferenza. Il cambiamento richiede sempre energia, fatica. Per farcela bisogna essere forti. È come gettarsi nel vuoto. Ci troviamo improvvisamente soli, non sappiano più nulla, ci sentiamo come dei bambini smarriti, siamo tentati di rinunciare e di tornare al nostro vecchio mondo. Ricordo quando, a quarant'anni, ho deciso di studiare economia. Sono rimasto sei mesi d'inverno, da solo, in un cottage a Numana vicino ad Ancona. I primi tempi non capivo quello che c'era scritto sui libri di testo, e mi veniva da piangere. Con la volontà mi sono imposto di continuare. Un anno dopo trovavo tutto naturale e divertente.

(Corriere della Sera, 1 dicembre 2008)

 

Lo yoga, come disciplina e autentico ascolto non giudicante, ci aiuta in un lavoro di introspezione a riconoscere i nostri schemi e a lasciarli andare.

Om