Kaushitaki Upanishad

Kaushitaki Upanishad

Kaushitaki Upanishad (4, 20)"In questo prana dunque i prana si congiungono in unità [....] come da un fuoco fiammeggiante le scintille sprizzano in tutte le direzioni”.

Si tratta dell’ultima parte della Upanishad vedica, tra le più antiche, che prende il nome dal rshi Kaushitaki che compare come personaggio nella seconda “lezione” (adhyaya).

Come altre Upanishad, è scritta in forma di dialogo e tra i temi affrontati, esplora il viaggio escatologico dell’anima (jiva) dopo la morte corporea verso l’Assoluto, “il brahman, che è il prana”. Nello yoga quando parliamo di prana, lo intendiamo come soffio vitale, mentre qui si va oltre questo primo significato, identificandolo con prajna, il Sé cosciente, l’entità suprema, ossia il soggetto dell’agire, l’atman, nel quale confluiscono tutte le facoltà umane (prana al plurale).

Si giunge quindi all’identità finale brahman-atman-prana.

Il testo prosegue spiegando come nel sonno profondo l’essere è "unificato in questo stesso prana" e tutte le facoltà sensorie e le rispettive funzioni sono riassorbite nella loro sorgente che è il prana quale atman. L'essere "giace diffuso nelle nadi", cioè nella normale sede del prana quale soffio vitale. Ma l'atman pervade, quale essenza, l'intera individualità e, trascesa la stessa definizione individuale, si rivela come Colui cui obbediscono tutte le facoltà. Chi, allo stesso modo di Indra, realizza l'atman come l'atman della totalità, avrà la vittoria su tutti i sé relativi e tutti i principi differenziati nella cui contrapposizione si annida l’illusione di maya.

 

Bibliografia:

Upanishad vediche, a cura di Carlo Della Casa, Tea ed. 1988

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